Il New Deal cinese

Il New Deal cinese

Il New Deal cinese

Questa crisi può diventare l'occasione per accelerare il cambiamento". Sembra uno slogan di Barack Obama invece lo ha detto Zhang Guobao, direttore generale del ministero dell'Energia a Pechino. La Repubblica Popolare sfida l'America sul tema favorito dell'Amministrazione Obama: anche il New Deal cinese si colora di verde.

Tra gli obiettivi della manovra da 600 miliardi di dollari varata a Pechino per rilanciare la crescita, il risparmio energetico conquista una posizione di rilievo. La Cina investirà 580 miliardi di yuan (circa 58 miliardi di euro) per potenziare la sua produzione di energia nel corso del 2009, ma dal "tutto carbone" del passato la differenza è notevole. Tra i progetti selezionati figurano importanti aumenti di capacità nelle energie rinnovabili, eolica e solare, nonché nel nucleare. La capacità di produzione di energia eolica della Cina già oggi è seconda solo a quella degli Stati Uniti.

Uno studio del Global Wind Energy Council prevede che entro un decennio l'energia prodotta grazie al vento in Cina avrà raggiunto i 122 gigawatt, eguagliando così l'intera produzione di energia della celebre centrale idroelettrica costruita con la diga delle Tre Gole sul fiume Yangze (il più grande impianto idroelettrico del mondo). Uno sforzo importante riguarda anche il nucleare: entro tre anni il governo di Pechino punta ad aprire otto nuove centrali per un totale di 16 reattori. Se oggi il nucleare soddisfa appena l'un per cento del fabbisogno energetico cinese, l'obiettivo è di portarlo rapidamente al 5%.

Il carbone resterà per un bel po' di tempo la materia prima più usata per produrre elettricità in Cina, e i danni di questa dipendenza non riguardano solo l'ambiente: le stesse statistiche ufficiali del governo cinese rivelano che tra le vittime degli incidenti sul lavoro e quelli delle malattie respiratorie l'anno scorso quasi centomila minatori sono morti per estrarre il carbone.

Tuttavia anche in questo settore il New Deal ambientalista cerca di imprimere il segno del cambiamento. Il ministero dell'Energia di Pechino accelera la chiusura progressiva di molte centrali a carbone, prendendo di mira gli impianti più piccoli, vecchi e inquinanti. Complessivamente le centrali termoelettriche a carbone destinate alla chiusura rappresentano una potenza di 13 gigawatt quest'anno, 10 gigawatt nel 2010 e 8 gigawatt nel 2011.

Verranno sostituite con altre centrali a carbone di nuova generazione, più grosse e meno inquinanti, per un totale di capacità pari a 50 gigawatt. La progressiva chiusura di vecchi impianti ha già fatto scendere i consumi medi dai 370 grammi di carbone per kilowattora nel 2005 agli attuali 349. L'entrata in produzione dei nuovi impianti dovrebbe ridurre ulteriormente consumi e inquinamento.

Una centrale termoeletterica della nuova generazione come lo Huaneng Power International di Yuhuan (1 gigawatt) consuma solo 283 grammi di carbone per kilowattora. Resta aperta anche l'opzione del "carbone pulito", cioè i progetti che puntano a catturare e sotterrare le emissioni di Co2: ve ne sono in cantiere sia con aziende italiane che scandinave e giapponesi.

Finora il "carbone pulito" è stato rallentato dai costi elevati di queste tecnologie. Ma i leader cinesi sembrano orientati davvero a sfruttare le opportunità create dalla recessione, per operare dei cambiamenti che in passato non sono stati possibili. Fino all'anno scorso l'aumento esponenziale dei consumi di elettricità ha costretto la Cina ad aprire in media due nuove centrali a settimana: una folle corsa che non consentiva tregue e relegava in secondo piano la tutela dell'ambiente.

Con la crisi economica invece il consumo elettrico nel 2008 è cresciuto solo del 5,2% cioè poco più di un terzo rispetto al ritmo di crescita del 2007 (+14,8%). Si è trattato del più basso ritmo di crescita dei consumi elettrici da otto anni a questa parte. Un segnale confortante anche per ciò che sembra rivelare sul modello di sviluppo: la crisi ridimensiona soprattutto settori energivori come la siderurgia.

Fonte: wwww.repubblica.it





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